ciò che Woody non può capire. A margine di Midnight in Paris

5 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Woody Allen non conosce la disperazione. Conosce il dolore,  lo struggimento, l’ansia, la depressione, ma non la disperazione. Il suo versante negativo, che lo fa ricorrere da anni, invano, alla psicanalisi, è fortemente mitigato dall’avvolgimento confortante e consolatorio della sua origine ebraica, con la sua radicata tendenza all’ironia, all’autoironia, alla dissacrazione che tutto scioglie.

Quando si danna inconsciamente per non esser stato Bergman o Rossellini o Truffaut, la sua dannazione è temperata dalla profonda consapevolezza della sua americanità. Il che vuol dire che Woody, in fondo, si sente sicuro, al riparo dell’impero, protetto. Il senso di protezione innesta un senso di rilassatezza, di apatia, quasi di rassegnazione. Perchè lottare per qualcosa di meglio se già abbiamo qualcosa di buono?

E così Woody ricorre alla nostalgia, alla ripetizione coatta e rituale delle musiche jazz anni ’30 e ’40, quelle nelle quali si sente al sicuro. Niente della disperazione di Chet Baker o di Miles Davis…. Cole Porter vuoi mettere?

Woody Allen è, in fondo, il Norman Rockwell del cinema americano, il disegnatore dei buoni sentimenti, del ritorno a casa, del tacchino tagliato a fette uguali nel Giorno del Ringraziamento. Niente della disperazione del ritorno a casa di Willy Loman che tornato nella sua casa deserta, posa la valigia e dice, più a se stesso che agli altri: “C’è nessuno? Sono tornato”.

E questa ricerca vana della “disperazione” lo avvicina al suo connazionale George Gershwin, che voleva essere un compositore classico europeo e non si accorgeva di essere già un compositore classico americano. Un genio, nel suo genere, come Woody lo è nel suo.

Ma, :”Ciò che è carino non è bello”, scriveva Wittgestein, e questo è il dramma nel quale, inconsciamente, si dibatte Woody.

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legami

17 Luglio 2011 Commenti chiusi

noisento sfilacciarsi sempre più il tessuto familiare. Da quando è morta la mamma si sono rotti i legami con quel “popolo” familiare che portava avanti il nostro lessico comune, i nostri ricordi, i nostri aneddoti. Dove siete tutti quanti ora? Era mamma a tenere le fila. Con un telefono Sirio Telecom riusciva a tenere insieme le storie, a tramandare i ricordi comuni, a permettere incontri familiari.
La nostalgia e il dolore mi rendono muta, non riesco a scriverne. Sento che qualcosa si è rotto. Ma la mia memoria rimane, comunque, sono io a doverla trasmettere, ora?

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La trascendenza organizzata

3 Ottobre 2010 Commenti chiusi

E’ invalso l’uso di parlare senza dire nulla.AKI

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primavera

24 Marzo 2010 Commenti chiusi
l'imperatore

l'imperatore

Il cineasta giapponese nasceva il 23 marzo 1910. Nel 1990, ritirando l’Oscar ad honorem dalle mani di Lucas e Spielberg disse:  ”Sono profondamente onorato, ma non credo di avere ancora capito davvero cosa sia il cinema. D’ora in avanti m’impegnerò per scoprirlo”.

Ecco perchè è un imperatore.

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Ascolto il picchio martellante

29 Gennaio 2010 Commenti chiusi
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Mericordi

27 Gennaio 2010 Commenti chiusi

Ti ho mandata via

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Scossa di coscienza

15 Gennaio 2010 1 commento

Le parole non significano più niente, di fronte alle VERE tragedie. Incollo qui l’articolo di Massimo Gramellini su La Stampa di ieri:

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A Ingeborg

27 Dicembre 2009 7 commenti

Ingeborg Bachmann si è dannata sul linguaggio.

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Muratori

16 Dicembre 2009 3 commenti

Verso sera, quando il buio è già calato e dal lago sale la nebbia, nelle tabaccherie arrivano i muratori. Sono stanchi, impolverati, ed hanno un berretto di pelle sulla testa, con i paraorecchi di lana. Lasciano l’auto sul marciapiede, con le quattro luci lampeggianti ed entrano nella tabaccheria. La voce stanca chiede qualche gratta e vinci. Si spostano pudicamente sul bancone apposito e grattano. Non vincono mai. Però tornano la sera dopo, e giocano ancora. Comprano soltanto un po’ di speranza, sera dopo sera. La speranza di vincere e smetterla, con quel lavoro sfiancante.

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Buon compleanno

11 Dicembre 2009 3 commenti

Oggi mia madre mi partoriva. Così ricordo lei che non c’è più, e mentre nasco, rinasco. La sento vicina, come se mi mettesse la mano sulla spalla e mi dicesse: va tutto bene.

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